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giovedì, 25 dicembre 2008

Racconti

 

La potenza delle parole

 

MoebiusPainting

            Disegno di Moebius


 

All’inizio si pensava di essere solo in pochi.  Poi arrivarono quasi tutti, ognuno dalla propria strada:  a uno a uno, a coppie, a gruppetti.  All’inizio ci furono i saluti, i convenevoli.  Ci si riconosceva:  le nostre facce, le nostre espressioni.  Prendevamo atto delle rispettive stanchezze e delle rispettive felicità.  Poi si decise di cominciare.

La vecchia allora parlò per prima.  Piano piano si materializzò, prese forma davanti alla sua bocca, la parola:  oggetto luminescente, dai colori che sfumavano l’uno nell’altro, ruotava calmo su sé stesso, sospeso nell’aria.  Aggiunse altre parole, che si formarono accanto alla prima e vi si intrecciarono, dando vita a complesse strutture.  Ci volle un po’ di tempo perché il discorso venisse recepito da tutti gli altri partecipanti alla riunione.  Lo osservavano attentamente, mentre era davanti a tutti;  ancora non completo, ma già con alcune caratteristiche ben visibili.  Ognuno lo vedeva dal proprio punto di vista, lo confrontava con le proprie aspettative, le proprie paure, la propria esperienza.  Il rito voleva che ognuno, disposto in un cerchio attorno all’oggetto che si stava formando, aggiungesse qualcosa di suo.  Qualcuno aggiunse solo una particolare sfumatura di colore, quasi impercettibile, ma che fu ben accolta dagli altri.  Altri provarono a sovvertire la struttura stessa del discorso:  sotto l’effetto delle loro parole, l’oggetto che si stava modellando venne piegato, ne fu saggiata la consistenza, la resistenza, la flessibilità;  ci venne saltato sopra, fu lasciato aggredire da forze opposte.  Serviva sempre chi sapesse mettere alla prova un discorso in modo intelligente, chi sapesse testare quanto reggeva.  Perché il discorso doveva assolutamente reggere.  Altri aggiunsero al primo nucleo altri frammenti, altri nuovi oggetti luminosi, o ne curvarono i pezzi secondo aerodinamiche della mente.  Alcuni pezzi nuovi andavano bene, altri no.  Ci furono anche delle schermaglie, ma senza che il fine comune venisse messo in discussione.  La nostra storia ci aveva insegnato che non era tanto importante chi di noi si mettesse in primo piano, chi emergesse come leader:  nessuno di noi sarebbe stato lasciato indietro.

E infatti, quando il discorso fu pronto, non lasciammo indietro nessuno.  Salimmo tutti, a uno a uno, i gradini dell’oggetto-parola luminoso.  Ognuno prese posto.  Poi, insieme, ci facemmo trasportare;  l’oggetto vibrò un pochino, la luce accrebbe la propria intensità, e si volò via.

 

 

Il marinaio

postato da: Ilmarinaio alle ore 15:55 | link | commenti (2)
categorie: r a c c o n t i

Commenti
#1   28 Dicembre 2008 - 18:52
 
Bello e ambizioso, complesso, tanto che mi riesce difficile trovare qualcosa su cui appigliarmi e duire la mia. Di certo l'incipit lo userei come sign: "All’inizio si pensava di essere solo in pochi. Poi arrivarono quasi tutti, ognuno dalla propria strada: a uno a uno, a coppie, a gruppetti."
Ecco, questa è una delle cose che tolgono più illusioni nella vita, la cognizione del fatto che siamo in tanti, in troppi. E come dice Babalot in Morte Di Una Medusa: "Ed io che a scuola andavo bene / non studiavo quasi niente / presi male la notizia /
che esisteva anche la gente".

Acidshampoo
utente anonimo

#2   29 Dicembre 2008 - 14:29
 
interessante questo Babalot. in realtà io, che mi batto da sempre per l'estinzione incruenta del genere umano (non facendo figli) qui trovavo un senso positivo alla moltitudine. però nelle cose ognuno ci vede quel che vuole, le modifica secondo le areodinamiche e i colori della sua mente.
appunto, Gori, bisogna scrivere almeno uan volta un racconto in due, chissà come viene.
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Commenti