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martedì, 24 novembre 2009

Lettura creativa

drunkenness-of-noah-michelangelo-buonarroti

Leggere la Bibbia

Noè:  Genesi 5-10

 

Altra storia interessante della Bibbia è quella che riguarda Noè.  Noé non è come Adamo, ha avuto un padre umano, non è, diciamo così, direttamente parente di Dio.  È il nuovo tipo di eroe, l’eroe che la mitologia biblica sceglie rispetto a quella greco-romana:  non un guerriero, non una grande intelligenza tipo Ulisse, è fondamentalmente un vecchietto che si fa gli affari propri.  Deve comunque avere una discreta forza d’animo, se riesce a farseli in un mondo, ci dice il nostro testo, completamente corrotto.

 “Allora il Signore vide che la malvagità dell’uomo era grande sulla terra e che ogni progetto concepito dal suo cuore non era rivolto ad altro che al male tutto il giorno:  di conseguenza il Signore fu dispiaciuto di aver fatto l’uomo sulla terra e se ne addolorò in cuor suo.  Sicchè il Signore disse:  - Io voglio cancellare dalla faccia della terra l’uomo che ho creato, uomo e bestiame e rettili e uccelli del cielo, perché mi dispiace di averli fatti”.  (GS, 6, 5-7)

Ora, quello che io, da semplice lettore di oggi, mi chiedo, è:  a che cosa pensavano in realtà questi uomini tutto il giorno?  Che facevano?  Come si può pensare o fare il male tutto il giorno?  Dev’essere una bella fatica.  Ma in pratica, nel dettaglio, che avranno fatto?  Sacrifici umani di bambini?  Sesso con animali?  Niente, non viene detto.  Suppongo allora, visto che l’autore del libro dimostra una certa propensione  a giustificare sempre e comunque il personaggio-Dio, che debba essersi trattato di una crisi depressiva di Costui.  Il male che l’uomo agli occhi di Dio faceva era semplicemente respirare.  Fatto l’uomo, Dio decise un giorno, così, senza motivo, di farlo fuori, insieme ad animali vari.  Non però insieme ai pesci, la cui menzione nella lista di animali sopra sarebbe stata solo comica.

Vuole ammazzare tutti, dunque, tranne Noè.  Ai miei modestissimi occhi Dio continua a passarci male: è una mamma che, non volendo che i figli si facciano male tra loro, li affoga.  Va bene la non-violenza, ma Gandhi non arriverebbe mai a sterminare l’intera umanità per promuoverla.   Insomma, quale genitore preferirebbe vedere i figli morti piuttosto che vederli fare a cazzotti all’asilo?

Ma il peggio di tutti ci passa Noè.  Quale vita deve aver fatto per ridursi in quelle condizioni?  Dio gli dice che vuole sterminare il genere umano e l’unico mezzo per salvarsi è costruire una barca.  E lui non lo dice a nessuno!!!  Non al vicino di casa, non ai suoceri, non agli amici dell’infanzia.  Non alle persone gentili incontrate per strada.  Niente, a questo democristiano ante litteram sta bene di salvarsi da solo.  “Non si sa mai, se poi lo dico a qualcuno si sparge la voce…”. 

Secondo me, invece, se lo avesse detto a qualcuno, Dio il diluvio non l’avrebbe mandato.  Lo stesso Dio che ordinerà a Abramo di sacrificargli il figlio Isacco, e poi ne fermerà la mano all’ultimo momento, avrebbe allora detto a Noè:  “Noè, bravo, ti avevo solo messo alla prova, e tu l’hai superata.  Volevo testare quanto fosse profondo il tuo attaccamento al genere umano”.  Ma visto che Noè ha reagito come ha reagito, Dio non ha saputo più come comportarsi.  Avrebbe dovuto punire Noè, che alla fine gli era affezionato, era un fedele servitore che avrebbe fatto sempre tutto quello che gli veniva ordinato.  Uno così fa sempre comodo, mica si può affogare…

 

 

Il marinaio

postato da: Ilmarinaio alle ore 22:54 | link | commenti
categorie: lettura creativa
venerdì, 20 novembre 2009

Lettura creativa

A - E


Leggere la Bibbia

Adamo:  Genesi, 1 - 4

 

Prima del X secolo a.C., quando in Grecia Alessandro Magno non era ancora nato, quando a Roma non esisteva ancora il Senato, un popolo orientale di pastori, semiagricoltori e seminomadi si interrogò sull’origine e sul senso complessivo del mondo.  Non sapevano che quello che sarebbe scaturito dai loro pensieri angosciati di fronte al mistero della vita e della morte, dai loro sogni, dalle loro paure e speranze, avrebbe condizionato fortemente la cultura di almeno due continenti. 

Da sempre il soprannaturale è un tentativo di dare risposta alle molte domande difficili che l’uomo deve affrontare.  Si costruiva un dio per dargli la colpa delle proprie disgrazie, o ringraziarlo dei propri successi.  Nella vita di un uomo, in genere, disgrazie e successi convivono:  il mondo antico spesso risolveva l’ambivalenza del destino popolando il cosmo di molti dei.  Ogni eroe, ogni uomo, ne aveva alcuni favorevoli (nel caso di Enea, Giove) e altri contrari (nel caso di Enea, Giunone).  Per questo popolo mediorientale, la contraddizione era invece all’interno dello stesso dio, uno solo, infallibile.  La fantasia di questi uomini seminomadi, uomini soli, esuli dalla loro terra, pastori che camminavano di notte nel deserto, partorì un solo dio:  Jhvh.  Non è un dio irascibile ma in fondo umano, come quelli greci e romani.  Non è Giove, che per amore di fanciulle e fanciulli terrestri rischia continuamente l’ira della moglie.  È un dio assoluto e vendicativo, un padre-padrone.  Un dio che non è possibile fregare.  Giove forse è possibile aggirarlo, farsi proteggere da qualche altro dio suo rivale.  Ma Dio no.  Il Dio biblico è una lampada da interrogatorio che ti si pianta in faccia, ti acceca e ti mette in evidenza, ingrandito dieci volte, ogni poro del viso, ogni goccia di sudore che ti scende sulla fronte, è un occhio che può misurarti tutte le rughe della coscienza.  Non gli basta che tu gli offra dei sacrifici e poi te ne faccia i fatti tuoi.  Vuole la tua obbedienza totale, niente di meno.  Non vuole che tu parli ad altri dei:  se lo fai, commetti l’equivalente di un adulterio.  Avere a che fare con lui non è un piacere, è un pericolo, un rischio.  La coscienza moderna nascerà anche dal confronto con questo “inquisitore” mentale che tutto vede e al quale non sfugge niente.

Per quanto, leggendo la Bibbia, uno cerchi di essere un lettore obbiettivo, il Dio biblico è un personaggio che non ci passa quasi mai bene.

Uno dei pochi momenti in cui questo dio lo vediamo rilassato e in pace con sé stesso è all’inizio del libro.  Da solo, nel buio indistinto, senza sapere a cosa vada incontro, osa creare.  Infatti ci viene detto che prima fa le cose, e solo dopo averle realizzate e riguardate vede che sono “buone”.  (Non dà tanta fiducia, uno che si comporta così, eh?)  Procedendo così a caso, come un bambino che abbia appena aperto gli occhi, produce anche l’uomo, a sua immagine e somiglianza, come ben sappiamo, progettando di dargli il dominio del mondo intero.  Stavolta il commento  non è il classico “era cosa buona”, ma un ottimistico “era cosa molto buona”.  Forse troppo ottimistico.

Creato l’uomo a caso, Dio lo mette in un giardino, al chiuso.  In questo giardino lo stesso Jhvh passeggia alla brezza del giorno (GS 3, 8).  Come è fatto questo giardino?  Non è un giardino luminoso, rinascimentale, razionalizzato, ma ha zone di luce e zone di ombra (dove appunto si annida il serpente), è un labirinto di siepi e alberi.  Buio e luce:  un momento prima c’è il buio e lo stormire del vento, un attimo dopo si avvicina già in lontananza una luce, finché si fa più grande, e arriva infine a illuminare violentemente tutto quello che prima era nascosto, come la luce di un faro: ed ecco Dio che passeggia, a piedi, lentamente.  (Giustamente Auerbach fa notare, in Mimesis, che il modo di narrare della Bibbia è molto diverso da quello  greco e latino:    questo è luminoso, chiaro, senza prospettiva, fatto di tante immagini una accanto all’altra, come le figure bidimensionali dipinte su un vaso;  quello è drammatico, ellittico, ha tutto lo spessore della coscienza).

L’Eden dunque è una giungla fatta giardino, un equilibrio instabile.  Presto, come sappiamo, scoppierà lo scandalo che distruggerà quest’equilibrio.

La prima cosa che Dio dice rivolto all’uomo è un ordine, seppure benevolo:  “andate e moltiplicatevi.” (GS, 1, 28-29).  La seconda, stupisce riconoscerlo, è una bugia:  “Di tutti gli alberi del giardino tu puoi mangiare, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiarne, perché, nel giorno in cui tu te ne cibassi, dovrai certamente morire”.  (GS, 2, 16-18).  Come tutti sappiamo, questa è una bugia bella e buona:  l’uomo infatti mangerà davvero quel frutto, e non morirà.  È il serpente, l’abitante più astuto del giardino, che gli suggerisce di farlo.  Nota bene:  niente qua ci dice che il serpente sia il diavolo.  È semplicemente un animale personificato, come ce ne sono in molte favole e miti, forse rientra nella sfuggente categoria dei trickster.  Dal segreto rivelato all’uomo non ci guadagna niente.  Domanda interessante: qual è il movente del serpente?  Altra domanda:  il serpente come faceva a sapere?  Forse aveva già mangiato quel frutto.

Il meglio che si potrebbe dire di Dio come genitore è che usa una pedagogia molto antiquata.  Mente all’uomo suo figlio, e appena questo, senza aver davvero voluto, fa un errore, lo punisce nel modo più aspro possibile, senza nemmeno chiedergli le sue ragioni, senza spiegarsi.  Lo punisce per tutta la vita, gli dona sofferenza e fatica.  Forse sarebbe bastato un dialogo a quattr’occhi, in una stanzina tranquilla.

Se proprio si volesse trovare una scusante nel comportamento del personaggio – Dio, bisognerebbe dire che prima di lui non esistevano manuali di psicologia e pedagogia.  Dio, questo signore sospettoso che cammina ogni tanto nella vigna per controllare come procedono le cose, è in effetti il primo padre.  Come ha creato il mondo  a caso, a tentoni, senza averne un piano preciso, così si comporta nei suoi rapporti con l’uomo.  Da questo punto di vista, i primi capitoli della Genesi sono la storia tragica di un rapporto tra padre e figlio finito malissimo:  il padre è un essere sovradimensionale e assoluto, un superessere con superproblemi, e il figlio è il primo e l’unico uomo mai esistito finora.  Dalla piega che prendono gli eventi ci rimane male sia Adamo (che poi rimpiangerà il padre, intitolandogli a distanza il nome del suo primo figlio, in GS 4,1), che Dio (pur scacciando Adamo ed Eva dall’Eden, gli fabbrica dei vestiti personalmente, quasi a farsi scusare, probabilmente con le mani tremanti:  GS, 3, 21). 

In che cosa consiste la disobbedienza di Adamo?  Adamo infrange un tabù.  A Dio non interessa che l’uomo conosca, gli interessa averlo nel suo serraglio, animale tra gli animali, pur se con qualche somiglianza con sé stesso.  Crede che avere un figlio sia questo.  È l’uomo che sceglie di conoscere, di rendersi autonomo.  E se ne prende tutta la responsabilità (a parte dare un po’ di colpa alla donna).  In pratica, Dio aveva paura che l’uomo, ottenuta la conoscenza, combinasse qualche casino.  Conoscendosi, sapeva che giocare col Bene e col Male può portare conseguenze spaventose.  Preferiva quindi che suo figlio Adamo rimanesse cieco (letteralmente, perché quando si sveglia apre gli occhi e si accorge di essere nudo:  GS, 3,7) rispetto alla possibilità che si cacciasse in qualche pericolo.  Tutto questo ricorda un po’ la storia di Buddha, il principe indiano che un padre felice confinò nel palazzo perché non vedesse la sofferenza del mondo.  Ma attenzione:  il padre indiano non identificava così facilmente come il Dio biblico l’ignoranza con la felicità.

Il quarto capitolo della Genesi finisce dunque con l’uomo scacciato dall’Eden (il mito dell’età dell’oro che non può tornare, e al contempo la spiegazione del perché delle sofferenze umane) e con Dio, ormai solo nella sua gabbia dorata, che si angoscia e si lamenta con sé stesso al pensiero dell’autosufficienza umana:  “Ecco che l’uomo è diventato come uno di noi, conoscendo il bene e il male!”  (GS, 3, 22).  Il suo primo, poco generoso pensiero, è:  almeno non permettiamo che diventi anche immortale.   

Una questione importante a questo punto è:  da un narratore che inizia parlando della conoscenza come di un male inevitabile, che libro ci si può aspettare?  Probabilmente un libro cifrato, un labirinto di parole in cui luce e ombra, verità e finzione, si alternano violentemente, un Giardino dell’Eden nel quale striscia il serpente.

 

Il marinaio

postato da: Ilmarinaio alle ore 18:14 | link | commenti
categorie: lettura creativa
giovedì, 19 novembre 2009

Lettura creativa


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Leggere la Bibbia

 

Al giorno d’oggi nessuno legge più la Bibbia, probabilmente neanche la maggior parte dei preti.  Ma è davvero un libro da buttare via?  Perché alla fine questo è, un libro tra altri libri.  Il suo destino sembrerebbe quello di finire lentamente nel dimenticatoio, insieme ad altre cose ugualmente ingombranti, di difficile digestione intellettuale, e che sono reputate antiquate e prive di interesse.

In controtendenza è ad esempio lo scrittore horror Clive Barker, che ha dichiarato in un’intervista che, se tra tanti libri ne avesse dovuto scegliere uno da portare con sé su un’isola deserta, avrebbe scelto proprio la Bibbia, definendolo, all’incirca, “il libro più fantastico, erotico e surreale mai prodotto dall’umanità”.

Mi sembra una cosa interessante, dunque, il rileggere la Bibbia con una sensibilità e un punto di vista moderni (o “postmoderni”, che è lo stesso).  Alla fine, è un libro che raccoglie il meglio (cioè:  quello che fu reputato il meglio) di una cultura, tramandato per generazioni e generazioni.  Ci sono persone che ci hanno giurato sopra.  Altre che se la sono messe sul cuore per proteggersi dalla pallottole.  Altre l’hanno brandita per scacciare vampiri e demoni vari (non solo nei film, credo).  Va bene, questo è l’oggetto-Bibbia, ma dentro, tra le sue pagine, che c’è scritto?

La Bibbia è un libro che non vuole essere letto, e dunque si difende dalla nostra possibile lettura con due barriere:

1.     Cerca di farsi passare per un semplice oggetto, per identificarsi con l’oggetto-libro, invece che con il suo contenuto.  Si camuffa bene anche in un semplice elenco, per es:  “una pala, un fucile, una bibbia, un cappello…” (un elenco che fa molto western).  Si nasconde dietro la sua copertina.

2.     Cerca di farsi passare per un libro che tutti abbiamo già letto, o che non ha bisogno di essere letto

Ma soprattutto, specie a noi potenziali lettori di cultura italiana, vuole fregarci con un’altra barriera:

3.     Cerca di farsi passare non per un libro che richiede un lettore che lo interpreti (alla pari di tutti gli altri libri) ma come il canone di una Chiesa che l’ha interpretato una volta per tutte.

 

La Bibbia è un libro col quale si dovrebbe cercare di fare i conti se non altro per un motivo:  è colpa sua se gli italiani sono un popolo che non ama leggere.  Per molto tempo è stato punito con la morte chi ne avesse avuta in casa una in volgare!  Davanti alla paura della morte, si capisce bene, i desideri di fare delle letture passano un po’ in secondo piano.  E anche di insegnare ai figli a leggere.  E così via, per generazioni.

Siccome a me invece piace leggere, non vedo perché dovrei privarmi di un’opera tanto complessa e tanto importante per la formazione della nostra cultura.  Anche perché mi sono piaciuti molto i “Dialoghi” di Confucio, l’”Hagakure” di Tsunetomo, “Le mille e una notte”, il “Tao te ching”, “Alce nero parla” di Neihardt, “La via dello zen” di Alan Watts, “Le metamorfosi” di Ovidio.  E la Bibbia no?

Oserò l’inosabile:  intendo pubblicare via via qua sul blog alcuni miei “appunti di viaggio” sulla lettura della Bibbia, non da esperto, ma da semplice, curioso, agnostico o ateo, provvisto di poche certezze, lettore del Duemila e passa.  Comunque sia il risultato, stabilirò di certo un primato nel campo dei blog…

 

Il marinaio

 

postato da: Ilmarinaio alle ore 08:47 | link | commenti
categorie: lettura creativa, b a l e n e, c a n n o c c h i a l e
martedì, 10 novembre 2009

Le metamorfosi

Metamorfosi

3.  Nevicata

 

Nella notte, mentre tutti dormivano, dal cielo iniziarono a cadere lentamente dei cosini bianchi;  scendevano galleggiando nell’aria, come piume,  frammenti di un altro mondo sconosciuto, senza fare nessun rumore.  Perseverando con pazienza nel cadere, ricoprirono nel giro di un paio d’ore tutte le superfici, imbiancarono i profili delle macchine, i tetti delle case, coprirono strade, giardini, campi, di uno strato bianco che aumentava sempre più.  L’aspetto del paesaggio cambiò completamente.  La realtà era bianca, fatta di oggetti bianchi nascosti sotto un tappeto bianco, bianco come un foglio di carta vuoto, con bianche montagne sullo sfondo.  Anche di notte, tutto quel biancore emetteva una debole luminescenza.  Niente fu la stessa cosa di prima, niente si riconobbe dell’aspetto usuale delle cose.  Solo allora, quando tutto fu trasfigurato, scesero dal cielo insieme agli ultimi frammenti cadenti anche quattro figure più o meno ammantate di bianco.  Planarono senza rumore, con espressioni calme e nobili.  Una era una donna di mezza età dai capelli bianchissimi.  Uno era un uomo giovane dai capelli lunghi, sempre bianchi.  Un altro uomo aveva barba e capelli neri, era molto grande di corporatura e portava sulla testa un paio di corna.  L’ultima del quartetto era una ragazza nuda e calva, che aveva un pitone bianco avvolto attorno al collo.  I quattro atterrarono senza peso all’interno del parco cittadino;  una volta atterrati, disposti in cerchio, si guardarono brevemente.  Dal suolo attorno a loro emersero allora cristalli di ghiaccio, che si ramificarono, crebbero, si intrecciarono, sempre senza fare alcun rumore, fiorirono sotto di loro portandoli in alto, finché si trovarono sulla cima di una sorta di piramide di spine di ghiaccio.  Poco distante, spuntarono in maniera analoga dal suolo alberi, stalagmiti, grotte, interamente fatte di ghiaccio.  Laghetti ghiacciati si formarono interrompendo l’asfalto delle strade, si aprirono voragini ghiacciate che permisero l’uscita di gruppi di grandi tritoni bianchi, si innalzarono collinette, case sprofondarono.  Tutta una parte della città fu cancellata e sostituita dalle propaggini di quel mondo di gelo.

 

La mattina seguente, un rappresentante del Governo oltrepassò a piedi, insieme a due agenti super attrezzati, le linee di difesa dell’esercito, le file di camionette, jeep, radar, il trambusto delle pattuglie in assetto da guerra.  Da un certo punto in poi, i suoi piedi trovarono un manto immacolato di neve:  nessuno si era avventurato attorno alla piramide ghiacciata oltre un certo limite.  Davanti ad essa aspettò un attimo, con una mano tenuta sopra gli occhi fissò socchiudendo gli occhi i quattro seduti sui loro troni, chiaramente visibili su in alto, poi si piegò leggermente in avanti, si aggiustò il colletto della camicia sotto il pesante cappotto, e ruppe il silenzio, non senza emozione:  “Salve!  Sono il rappresentante degli abitanti della città, e desidero parlare con voi.  Vengo in pace!”.  Nessuno nella città sapeva che si era deciso di trattare con gli strani invasori;  nessuno al di fuori della città sapeva ancora niente di quello che era successo.

La donna dai capelli bianchi fece dall’alto un cenno, invitandolo.  L’ambasciatore iniziò a salire gli scalini ghiacciati, accompagnato da alcune guardie in tenuta da guerra, finché fu sulla cima. 

Gli spettatori erano tutti rigorosamente invitati:  membri di corpi di sicurezza, investigatori, capoccioni e pezzi grossi dell’esercito.  Lo videro salire, rimpicciolirsi per la lontananza, arrivare sulla cima sbuffando vapore caldo.  La figura dopo pochi secondi riprese fiato e prese a parlare gesticolando con i quattro, che rimanevano seduti sui loro troni, in atteggiamenti nobili e dignitosi.  Dai gesti tutti poterono comprendere il momento in cui, da un benvenuto di maniera, il funzionario passò alla fase più informale degli accordi.  Poi si vide l’uomo coi capelli lunghi alzarsi dal trono e avvicinarglisi lentamente.  Quando gli fu davanti, gli poggiò le mani sulle spalle.  Da qui, risalì alla testa, poi premette con le dita.  Con un movimento fluido, tirò via.

 

Si voltò verso gli altri tre e mostrò loro compiaciuto la pelle umana che aveva tra le mani.  Il funzionario, scuoiato, cadde e prese a tremare come un epilettico, spruzzando sangue sulla cima nevosa della piramide.  Subito i soldati si misero in posizione e presero la mira, ma ad un gesto della mano del Cornuto furono schiacciati a terra da una forza invisibile.  La forza continuò a schiacciarli finché ebbero la cassa toracica in frantumi, e rimasero sulla cima in pose deformi, come grossi insetti calpestati.  Un brusio stupefatto corse tra le file dei soldati lontano, in basso, ai piedi della piramide.  “I mortali non ci hanno riconosciuto…”  disse il Capellone agli altri tre.  “Hanno cercato di corromperci, ed è stato necessario rendere chiari quali sono i reali rapporti di forza”.

 

Dopo una settimana, la vita della città era completamente cambiata.  Gli abitanti non erano più guidati nelle loro azioni dall’interesse, dalle mode, dalla solita routine, ma da nuovi valori e nuovo senso.  Tutto fu riorganizzato:  la gente smise i consueti lavori e si dedicò ad altri molto diversi:  alcuni divennero gladiatori, altri allevatori di tritoni bianchi, o indovini, o cacciatori, o appartenenti a ordini cavallereschi.  La città rimase isolata dal resto del mondo per tutto un inverno.

Un giorno, col primo sole di primavera, la neve iniziò a diradarsi.  Il palazzo nel giro di una mattinata rimpicciolì della metà, le strade si sgombrarono, furono ripresi i contatti con i paesi vicini e con le grandi vie di comunicazione.  L’isolamento della città era finito.  Alla fine i quattro, anch’essi un po’ diminuiti di statura, scomparvero:  si disse addirittura che fossero stati risucchiati dalla terra.  Rimangono però nella città, dopo il loro passaggio, cambiamenti non da niente:  l’economia si basa su ruoli lavorativi che è difficile anche spiegare a chi non vi partecipa, gli individui non vivono in famiglie ma in strutture anch’esse indescrivibili, la lingua si è modificata includendo nuove parole e nuovi modi di espressione, al posto dei cani circolano per le strade dei bizzarri incroci di cane-tritone bianco. 

 

 

 

Il marinaio

postato da: Ilmarinaio alle ore 16:00 | link | commenti
categorie: le metamorfosi
martedì, 27 ottobre 2009

Serie tv



Dexter (stagioni I, II, III)

 
D

Miami è una città affacciata sul mare, nella quale l’aria è così torrida che anche i sergenti di polizia più seri sono costretti ad andarsene in giro con camicie hawaiane a maniche corte.  C’è la spiaggia, dove nei giorni di festa le famiglie si mettono in fila a prendere il sole, c’è la stazione di Polizia (probabilmente dotata di ottimo impianto di aria condizionata), ci sono le varie abitazioni, attici eleganti, o appartamenti o baracche isolate, circondate da recinti, parcheggi, campi da basket.  Di giorno è l’afa a dominare, un cielo senza nuvole incombe terribile.  In effetti, siamo vicini ai Caraibi. 

Di notte la situazione cambia del tutto.  Nel fresco che pian piano sale, la gente prende la macchina, esce, gira per la città.  Ci sono dei locali, si suona, si balla, circolano cocktail.  Non è un problema la mescolanza di etnie nella città:  bianchi, latinos, neri, persino qualche asiatico, convivono abbastanza pacificamente.  Se si balla, la musica è ispanica. 

Il problema è che di notte spesso succede qualcosa che non dovrebbe succedere.  Perché la mattina, alle prime luci dell’alba, quando ancora l’aria è fresca, la polizia trova spesso delle cose su prati, campi da tennis, parchi giochi per bambini.  Quelle cose sono esseri umani o resti di esseri umani, a volte tagliuzzati, a volte dissanguati, altre semplicemente, morti.  Nelle notti di Miami circola un numero molto alto di predatori, e la Polizia ha sempre un gran lavoro da sbrigare.

Dexter Morgan è un tecnico della scientifica (quello che si occupa di studiare la traiettoria degli schizzi di sangue sui luoghi dei delitti). Ma ha un segreto.  È anche lui un predatore, è uno a cui diverte molto impacchettare nel cellophane le persone, farci due chiacchiere (di cose che riguardano la sua vita, come se parlasse a un diario) e poi ammazzarle, in un modo abbastanza pulito, una coltellata al cuore e via.  Solo che si è dato un codice di comportamento:  lui ammazzerà solo chi “se lo merita”, solo chi ha ucciso ed è sfuggito alle maglie della legge.

Dunque, chi è Dexter?  Una delle nuove incarnazioni del giustiziere americano, del vigilante, del braccio violento della legge?  Forse no.  Lui obbedisce solo ai suoi impulsi, non sta tanto a raccontarsela su quanto il suo operato renda migliore la società.  La sua non è tanto una crociata, quanto una soluzione pragmatica, il compromesso migliore che ha trovato tra il modo in cui lui vorrebbe vivere e le regole della società in cui vive.  I suoi impulsi tra l’altro sono difficilmente controllabili:  a volte quando esamina i luoghi dei delitti si sente quasi inebriato dal sangue che vede.  E’ un “superuomo di massa”, nel quale lo spettatore si riconosce sentendosi per una mezz’ora un essere superiore, al si sopra del bene e del male?  Non esattamente.  Anzi, spesso in lui predomina più il Clark Kent che il Superman.  È dunque una persona con grossi problemi di relazioni sociali?  In un certo senso sì, anche se mi sarebbe garbato che questi problemi emergessero di più:  per me la resa cinematografica perfetta di come davvero è, o come mi immagino che sia un Serial killer è tra Red Dragon e American Psycho.  Dexter, in definitiva, è un soggetto perfetto per una serie televisiva:  da un parte indaga (a modo suo), sia dentro che fuori dalle maglie della legge;  dall’altra è costantemente indagato, costantemente sotto la minaccia di essere scoperto.  Ha, insomma, una vita privata molto più movimentata di quella di Jessica Fletcher.  L’investigatore è investigato:  il giallo raddoppia.  La serie oltretutto è molto godibile (anche se avverto:  non c’è da aspettarsi un Dostoevskij, ma neanche un livello di qualità e originalità alla Nip/Tuck), presenta buoni personaggi di contorno, buone storie, dialoghi credibili, per cui la consiglio. 

 

 

 

Il marinaio

postato da: Ilmarinaio alle ore 07:35 | link | commenti (5)
categorie: serie tv
mercoledì, 21 ottobre 2009

Le metamorfosi


Metamorfosi

2.  La semplificazione umana

 

Solo quando sei vecchio pensi a queste cose.  Prima non te ne curi quasi per niente:  sai che prima o poi ci dovrai passare, come sai anche che prima o poi te ne andrai in pensione, e tutti i tuoi capelli stingeranno, dal nero corvino al bianco foglio-di-carta.  Ma quel “prima o poi” rimane sempre molto vago, sfocato, lontano all’orizzonte, e ti illudi sempre di avere anni e anni da macinare, anni e anni restanti tra te e quella cosa.  Finché non ci arrivi, all’improvviso, come io ci ero arrivato, in quella mattina nebbiosa. 

Con in tasca la mia tessera di credito contenente tutti i miei risparmi, con la giacca e la camicia buona, fui ricevuto dalla ditta che si occupava di Prospettive Geriatriche. 

L’impiegato-venditore mi ricevette con una stretta di mano calorosa.  Subito mi prospettò i modi migliori per passare gli anni che mi restavano:  i soggiorni in beauty farm per anziani;  la residenza in comunità protette (protette nel vero senso della parola, con tanto di guardie armate, muri di cinta rinforzati, sistemi di allarme) che ricostruissero alla perfezione un paesino di campagna degli anni ’80 del 1900.  Oppure l’ibernazione.  Ma, secondo lui, per guadagnare molti anni di vita c’era una sola strada:  la semplificazione.

“Semplificazione?”  chiesi.  “Si, semplificazione.  È un processo ancora sperimentale, ma sta dando risultati davvero eccezionali.  Le aziende nostre rivali stanno cercando di copiarcelo, ma sempre con loro grande insuccesso.  Pensi che tra i clienti che con noi hanno scelto questa soluzione c’è chi sta arrivando a 150-170 anni di vita.  E, sia detto tra noi, non sappiamo quanto ancora possano andare avanti.  Come le ho già detto, è un processo in fase di sperimentazione.  Per questo ci sono anche degli incentivi economici…”

“Interessante… in cosa consiste?”

“Lo dice la parola stessa” il sorriso dell’impiegato era raggiante, rassicurante, anestetico come quello delle vecchie pubblicità.  “I nostri scienziati hanno scoperto che l’organismo umano da un certo punto in poi tende ad invecchiare perché, in definitiva, è troppo complesso.  Basta limitarlo all’essenziale perché si trasformi in un nucleo vitale praticamente indistruttibile, un veicolo adatto ad affrontare un lungo viaggio nei decenni… o nei secoli”.

“Semplificare in che senso?”  chiesi.  Ero sempre più incuriosito.

“Vengono mantenute le funzioni vitali, le attività cerebrali, e naturalmente tutti i ricordi precedenti.  È solo il corpo a cambiare”.

“Perfetto!  La cosa mi piace!  Posso vedere i pazienti?  Quelli che sono stati ‘semplificati’?” 

“Purtroppo, come le ho già spiegato, stiamo affrontando una dura lotta contro lo spionaggio industriale.  Solo chi ha già accettato può vedere quelli che noi chiamiamo gli iper-uomini.  E le iper-donne, anche, perché se lei accetta sarà in compagnia di donne che hanno accettato il trattamento.”

Accettai, firmai tutto, pagai.  L’impiegato mi disse che sarei dovuto ripassare dopo un mese per le prime operazioni, ma io non seppi resistere.  Così mi portò a vedere i nonnetti.

Una stanza in penombra, un grande acquario occupa tutto un lato.  Dentro, delle forme scure si agitano.  Forse pesci tropicali.  Ma non vedevo nessun ultracentenario

Aspettai di vedere arrivare qualcuno, finché l’impiegato non mi portò vicino all’acquario.  Dentro nuotavano delle specie di trilobiti neri, dotati di antenne e di una moltitudine di zampette.  “Ecco, questi sono i nostri ospiti.  Purtroppo non possono sopravvivere fuori dalla vasca di mantenimento.  Comunque i nostri assistenti li riforniscono costantemente di cibo, e c’è sempre dell’ottima musica in filodiffusione:  Bach, Beethoven, Mozart”.

“Beh, ma… stanno bene, loro?”  non sapevo che chiedere.  Iniziavo a sentirmi leggermente a disagio.

“Benissimo!  Le loro funzioni vitali chiaramente sono state rese più semplici delle nostre.  Hanno un apparato digerente composto da un semplice stomaco ed un tubo digestivo.  Non hanno polmoni ma una comoda respirazione tramite pori superficiali.  Non hanno ossa che si possono rompere, schiene doloranti, ernie, ma una dura e pratica corazza esterna.  Il cervello è quello di prima, e viene inserito nel nuovo corpo in cui sta perfettamente, come in un letto di piume.  Per il resto, stanno bene, e sa perché, soprattutto?  Perché hanno la quasi assoluta certezza di vivere almeno altri 50 anni!”. 

Continuai ad osservare l’acquario e i suoi abitanti.  Alcuni, in basso, si stavano scavalcando a vicenda.

“Ma, per esempio, se un altro ospite mi attaccasse, nella vasca?”

“Non c’è problema, gli iper-umani non provano dolore…”

“Come fate a saperlo?”  “Semplice, il progetto del loro corpo è nostro”.

“Ma almeno, almeno… potete, che ne so, dotarmi di pinze sulla parte anteriore?  Sa, anche per mandare via qualcuno, per spostare delle cose…”

 

 

Il marinaio

 

 

 

 

 

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categorie: le metamorfosi
martedì, 29 settembre 2009

Serie tv

Fenomenologia di Tobias Beecher

(Oz, stagioni I, II, III  - Spoilers!)

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Tobias Beecher lo incontriamo già nella prima puntata della serie.  Avvocato con problemi di alcoolismo, ha investito da ubriaco con l'auto una ragazzina che andava in bicicletta:  per questo finisce nel carcere dove è ambientata l'intera serie. Occhialuto, faccia innocente, anzi pacioccona, anzi, prodiana, da democristiano molle.  Viene subito preso di mira da Schillinger, il capo della Fratellanza Ariana, uno dei gruppi di carcerati più agguerriti tra quelli che dettano le regole all'interno del "Paradiso".  Col tempo viene ridotto a una specie di schiavo sessuale personale dal neonazista, viene costretto a mettersi il rossetto, cade sempre più in basso, perdendo progressivamente la propria dignità, arriva a toccare il fondo.  Ma ecco che, alla fine della prima stagione, ha uno scatto d'ira:  improvvisamente è cambiato, si ribella a Schillinger e gli fa del male.
In seguito, dopo che Chris Keller e Schillinger gli rompono le gambe, lo vediamo camminare col bastone;  inoltre già da un po' sfoggiava la barba.  La barba, il bastone... vi ricorda niente?  Aggiungiamo un dettaglio:  il tipo preciso di barba che Beecher porta nella terza stagione.  La barba se la fa crescere quando inizia a ribellarsi a Schillinger, all'inizio è una barba che definirei "da motociclista", delle basette che si uniscono ai baffi che si uniscono al pizzo, con alcuni spazi vuoti.  Chiaramente Beecher si vuol dare un look "da cattivo".  E ci riesce anche, abbastanza.  Poi, durante il primo periodo della sua storia omosessuale con Chris Keller si taglia la barba:  torna innocente, indifeso.  E infatti cade nel tranello che gli era stato ordito e viene pestato.  Poi, nuova fase:  barba senza baffi, solo un rettangolo di basette che si ricongiungono sul mento.  Come chi?  Il presidente Lincoln?  Anche, ma non solo.  Col bastone, la camminata zoppicante, e questo tipo di barba, Beecher incarna un archetipo letterario ben preciso:  il Capitano Achab di Moby Dick.  Achab nel romanzo rappresenta l'uomo con un chiodo fisso, uno scopo solo nella vita, un imperativo che gli martella nella mente in continuazione:  uccidere la balena bianca, l'animale che gli ha rovinato la vita per sempre (amputandogli la gamba).  Per questo porterà tutto l'equipaggio della nave allo scontro con la bestia, e alla conseguente rovina.  Per questo, infine, è l'opposto esatto del protagonista-narratore, Ismaele, uno che è disponibile ai contatti umani, aperto di mentalità (per esempio riesce a diventare amico di Queequeg, il ramponiere cannibale), uno che non vive la vita come una sfida continua e disumana.  Uno che, non a caso, si salva.
Beecher, dunque, nella terza stagione di Oz, è un Achab che ha la sua personale balena bianca, anzi, ariana, da uccidere o da far soffrire il più possibile:  Schillinger.  Riesce addirittura a portargli via la fiducia del suo stesso rampollo, quando questo viene incarcerato.  Ma Beecher è un Achab anche nel senso che è destinato a gettarsi ciecamente in uno scontro finale da cui uscirà sconfitto?  Personalmente credo (e spero) di no.  Perché dagli errori degli altri si impara, siano questi in carne e ossa o personaggi fittizi di carta, o di celluloide.  E l'avvocato Beecher non può non aver letto, anche a scuola, il Moby Dick.


Il marinaio
postato da: Ilmarinaio alle ore 17:05 | link | commenti (5)
categorie: serie tv, c a n n o c c h i a l e
giovedì, 10 settembre 2009

Racconti

 

Discorso agli eschimesi

 

SpaceInvader


Larga, nera, piatta, di dimensioni inarrivabili per la tecnologia umana (con una superficie massima che era stata stimata pari a quella di qualche grande stato europeo) l’astronave stava là, immobile da ore, nell’aria gelida sopra il Polo Nord.  I notiziari di tutto il mondo trasmettevano all’unisono le stesse immagini in diretta:  sotto, il bianco dei ghiacci, e sopra il nero del mistero sospeso;  da varie angolazioni e prospettive.  I fotografi, i giornalisti e gli altri esseri umani che arrancavano sopra i ghiacci del Polo, brandendo microfoni ed altre apparecchiature, aggrappandosi a racchette da neve e bastoni per non scivolare, apparivano veramente minuscoli al suo confronto, piccoli e insignificanti come insetti.

Finalmente, dopo che i vari tentativi fatti per stabilire un contatto erano falliti, il messaggio iniziò, da sé, a diffondersi nell’aria, come se fosse preregistrato:

“Popolo della terra!  Veniamo in pace, dalla galassia XX2q1, in missione esplorativa.  Per il momento non scenderemo sul vostro pianeta, del quale stiamo analizzando la composizione dell’atmosfera… ce ne staremo un po’ sospesi sopra la superficie, col vostro permesso, ad osservarvi per un tempo indeterminato.”

Immediate e impercettibili furono le reazioni all’interno dei gabinetti dei capi di stato, le rassicurazioni reciproche, i bisbiglii trasmessi tra le varie diplomazie e i vari servizi segreti.  Washington chiamò Mosca e Pechino.  Milioni di persone seguivano il discorso incollate ai teleschermi.  Gli esseri umani prendevano coscienza di non essere più i soli organismi intelligenti ed evoluti nell’universo, e si apprestavano a sentire le prime parole dei loro nuovi vicini. 

“La nostra civiltà ha scelto proprio questa zona di stazionamento per un motivo ben preciso.  Non abbiamo cercato un contatto con voi in una delle vostre affollate metropoli, né vicino a un vostro centro di rappresentanza politica.  Abbiamo voluto prima di tutto dimostrarvi qual è il nostro modo di operare, che vale sia nello scegliere una sede come in tutte le altre cose che facciamo.  La nostra civiltà è molto evoluta, e rifugge l’ipocrisia, il buonismo e la piaggeria:  dunque da ora in poi sappiate che eviteremo di usare eufemismi nel definirvi.  Da ora in poi, ci rivolgeremo a tutti voi abitanti del pianeta col nome di eschimesi.

Sappiamo che voi, popoli della terra, rifiutate di riconoscervi in toto nel termine eschimesi, e lo riservate solo ad alcuni di voi, i più poveri, i più sfortunati.  Ebbene, noi invece vi definiamo da tempo nelle nostre ricerche globalmente come eschimesi, tutti voi, da quelli di voi che abitano nelle zone ghiacciate del vostro pianeta a quelli che abitano nelle zone più calde.  Ogni vostra irragionevole smentita, ogni vostra preghiera di smetterla di chiamarvi così, non avrà successo con noi:  la nostra coscienza è pura, la nostra lingua rifugge dalla menzogna, i nostri occhi, come al solito, ci vedono bene”.

Questa frase provocò un cambiamento di tono nelle comunicazioni internazionali.  Gli alieni visitatori dimostravano nell’instaurare il dialogo un atteggiamento certo molto particolare.  Molti telespettatori si scossero leggermente, come cercando un’altra posizione nelle loro poltrone.

Il messaggio proseguì, con lo stesso tono:

“Infatti, molti di voi popoli della terra obbietteranno:  gli eschimesi sono un popolo nomade, noi non siamo nomadi.  Ma tutta la storia del vostro pianeta è una storia di spostamenti!  Da molto tempo noi vi abbiamo catalogato come popolo nomade, e anche se questo non è condiviso dalla vostra filosofia, sappiate che le nostre classificazioni si sono dimostrate valide su molti argomenti e per periodi lunghissimi di tempo.  D’altronde, come diciamo noi, un elemento decisivo per indicare un popolo come nomade è il fatto che questo rifiuti di considerarsi come tale.

Obbietterete:  noi non mangiamo pesce secco e renna affumicata.  Sappiamo già quali obbiezioni potreste fare, e quindi, per amore di pace, per non farvi perseverare nell’errore, vogliamo prevenirle tutte già da ora.  Come sarebbe a dire, che non mangiate pesce secco?  Conosciamo infatti che un ruolo essenziale nella vostra dieta è riservato alle scatolette di tonno:  per noi, e per qualunque essere dotato di intelligenza, queste rientrano evidentemente nella categoria “pesce secco”.  E d’altronde, solo un cieco o un imbecille non riconoscerebbe nella bistecca e nella classica “fettina di vitello”, come usate chiamarla eufemisticamente, un sottoprodotto della renna affumicata. 

A questo punto, con la maligna ostinazione che contraddistingue alcuni di voi, potreste obbiettare:  chi di noi mangia pesce secco non mangia renna affumicata, mentre i veri eschimesi mangiano tutti e due i prodotti.  Questa affermazione, che non vogliamo considerare offensiva solo per amore della pace, potrebbe benissimo essere smentita attraverso statistiche generali, che comunque se venissero intraprese sarebbero effettuate sotto il controllo dei nostri supervisori, in modo da prevenire brogli e manipolazioni.  Ma speriamo che non vogliate obbligarci a una cosa così meschina come gestire una statistica a livello planetario per ottenere dei risultati che, volendo, sono già evidenti agli occhi di tutti.

Oppure obbietterete:  noi non siamo poligami e non vestiamo di pelle di renna.  Anche queste affermazioni lasciano il tempo che trovano.  Tra monogamia e poligamia, infatti, a nostro giudizio, la razza umana, anzi, eschimese, propende per la seconda.  Lo provano migliaia di opere d’arte, film, quadri, libri, nonché la classica espressione facciale della vostra razza, che dimostra in sé una propensione a dir poco sfrenata alla poligamia.  E sull’affermazione che i vostri vestiti non siano composti da pelli di renna, preferiamo stendere un velo pietoso.

Ma del resto, che ci sarebbe di male se vi riconosceste una volta per tutte come eschimesi?  Che c’è di male nel vestirsi di pelli, vivere nel ghiaccio, avere dei baffi neri, baciare delle donne con piccoli baffetti neri e graziosi tatuaggi sul mento?

Noi non cesseremo mai dal chiamarvi eschimesi, le relazioni tra i nostri due pianeti si baseranno su questo assunto per noi importantissimo.  Chi volesse in futuro affrontare alla leggera questo argomento, vi avvertiamo, sarà oggetto dell’ostilità implacabile di tutto il nostro popolo.

Dunque, dato per certo che siete eschimesi…”

Il discorso continuò per un’oretta su questo tono, e si chiuse con saluti formali e la speranza di una collaborazione tra i due popoli appena conosciutisi.  I telespettatori che avevano continuato a seguirlo fino alla fine spensero gli schermi con sollievo, ma le loro espressioni erano a dir poco allibite.  Le telefonate tra Washington, Mosca e Pechino continuarono ininterrotte per molte ore.

 

 

 

Il marinaio  

postato da: Ilmarinaio alle ore 14:14 | link | commenti (12)
categorie: r a c c o n t i
giovedì, 03 settembre 2009

Metamorfosi musicali

“Anarchy in the U.K.”:  l’interpretazione originale dei Sex Pistols (1976) e quella della Casa del Vento (2002)

 

 

postato da: Ilmarinaio alle ore 07:12 | link | commenti
categorie: musica

Metamorfosi musicali

“God Save the Queen”:  l'interpretazione originale dei Sex Pistols (1977) e quella di Nouvelle Vague (2009)


postato da: Ilmarinaio alle ore 07:08 | link | commenti (4)
categorie: musica