Clive Barker pittore (e non solo)
Segnalo (e di certo non per la prima volta, per chi mi frequenta) l’opera pittorica dello scrittore horror Clive Barker. Scrittore, regista, creatore di videogames, sceneggiatore di fumetti, Barker è un artista nel vero senso della parola, uno che propone una sua personale visione del mondo e che ha affilato gli strumenti espressivi adatti per rappresentarla. Uno da tenere d’occhio, uno che lavora in continuazione. Purtroppo in Italia si faticano a trovare le sue opere sugli scaffali delle librerie. Magari la gente conosce Hellraiser, senza ricordarsi il regista; ancora meno sono quelli che conoscono Cabal. Come regista dopo questi due film ha avuto dei momenti bassi (nel 2008 è invece uscita la trasposizione di uno dei suoi racconti da Libri di sangue: Macelleria mobile di mezzanotte, con regia di Ryuhei Kitamura, e non è malaccio, specie nel finale).
Stephen King nel suo saggio Danse Macabre (bellissimo, comunque) descrive l’horror come un genere in linea di massima nato per ragioni commerciali, che ha la sua forza nell’individuare quelli che lui chiama i “punti di pressione fobica” del lettore o dello spettatore. Cioè, chi scrive horror sarebbe alla ricerca di cose che spaventano molto il lettore e la sua abilità consisterebbe nell’effetto fisico di terrore (o almeno di raccapriccio) che riesce a produrre. Questa visione delle cose già può andare benissimo, ma Barker si muove anche in altre direzioni: a lui interessa più shockare il lettore che fargli paura, tende a presentargli ogni volta una cosa nuova, diversa, mai vista prima, piuttosto che reinterpretare a modo suo, per esempio, un archetipo del genere horror. Poi, se la cosa nuova e shocking fa anche paura, meglio; ma non è necessario. Alcuni dei miei racconti preferiti dai Libri di sangue (per esempio Il Ciarliero e Jack, La sfida dell’Inferno, L’ultima illusione) pur trattando di demoni, orribili omicidi, altre dimensioni, non sono stati concepiti con lo scopo di spaventare; il lettore non sospende la sua incredulità, la prosa è ironica più che drammatica. Eppure, se non si prova paura nel leggere, qualcosa rimane dopo la lettura, un’idea nuova, un’immagine nuova, uno squarcio su mondi e situazioni che prima di allora non si erano visti o immaginati.
Proprio questo è uno dei punti di forza del suo modo di dipingere. Barker rende visibili idee, metafore, sogni, del tutto nuovi e personali. Soprattutto cose che nessun altro avrebbe il coraggio o lo spirito per dipingere.

Questo per esempio è The arsonist: l’incendiario. Dalla torcia escono delle fiamme che arrivano a occupare tutta la tela, fino a infiammare i capelli stessi dell’uomo. O forse il fuoco è sprigionato dalla testa dell'uomo, dai suoi stessi pensieri? Più che rappresentare, questo quadro racconta una storia, la storia di una volontà ossessiva e inarrestabile di bruciare. Basta l’espressione, lo sguardo, per comunicarci questa volontà. Non sappiamo poi se il protagonista è un uomo o una sorta di mostro alla Cabal, se è un maniaco piromane o una personificazione della Distruzione cosmica.

In quest’altro, The goblin, la linea stessa del disegno vuole spaventare chi la guarda. Se non è espressionismo questo!
I due seguenti invece sono quadri senza titolo che si riferiscono a una tematica erotica.

Qui, in un bosco, una figura penetra l’altra con le mani. Sono due uomini? Un uomo e una donna? Il quadro si riferisce comunque, secondo me, al penetrare come atto magico, come gesto simbolico. Il penetrato non sta subendo una violenza, vuole essere penetrato. È lo stupore primitivo della scoperta del sesso, dello sparire come per miracolo in un altro corpo.

In questo invece abbiamo un uomo nudo che si masturba sopra una collina di cadaveri. È un tema che non avrebbe affrontato neanche il più ardito dei surrealisti. Eppure, in realtà, cosa ci vuol comunicare questo quadro? Cinismo? O forse il fatto che la felicità può essere trovata anche dopo le più grandi catastrofi, e che a volte sono proprio i nostri tabù sociali ad allontanarcene? Oppure la capacità della vita di risollevarsi e riprendere a germogliare, quando invece sembrerebbe tutto morto? Ognuno interpreti come vuole; quello che non si può negare è che dietro queste immagini ci sia qualcosa, una storia vera e propria, da interpretare.
Per alcune gallerie delle opere pittoriche di Barker, andate qui a lato nella lista dei links su: “Clive Barker”, e poi, nel suo sito, su “Visions”- “Gallery of Art”.
Il marinaio
Organizzarsi all’Inferno

H. Bosch (particolare)
“…In virtù dei tuoi molti peccati, che prima ti ho enumerato così scrupolosamente, e soprattutto della tua miscredenza…” tuonò il diavolo. Era sopra di me, in piedi; portava un frac nero sbrindellato, ma dalla vita in giù era ignudo; un fallo enorme, moscio, pendeva sopra delle palle moscissime che gli arrivavano fino alle ginocchia. “Perché è la miscredenza il tuo maggior peccato, la tua superbia, nel volere da solo trovare il bandolo della matassa dell’Universo, da solo col tuo Ego, col tuo grandissimo smisuratissimo fetentissimo Io…”. Portava occhiali tondi in punta di naso, aveva una faccia impassibile da vecchio democristiano sovrappeso, da impiegato statale anni ’60, e così’ la pettinatura. Da dietro si vedeva saettare la coda, sottolineando le parole, scandendo il tempo come se leggesse metrica latina. Declamava, ciceroniano, compiaciuto della sua retorica. Schifoso. “Per tutte queste imputazioni ed aggravanti sei condannato (nome e cognome) a dimorare PER L’ETERNITA’ in quella pozza di catrame bollente, tormentato dalle turbe infernali ogniqualvolta loro aggradasse, legato a una catena dal peso di Kg
Due dei suoi sgherri arrivarono dall’ombra, urlando, mi alzarono di peso, trasportandomi verso la pozza di catrame. Uno, sogghignando, mi attaccò la catena alla caviglia, una catena corta e spessa che mi avrebbe consentito ben poca libertà di movimento. Il catrame era davvero bollente. L’altro sgherro, vagamente rassomigliante a un cervo volante, dandomi una violenta pedata nel petto mi attuffò giù completamente, cosi che il catrame mi bagnò tutto, ustionandomi all’istante spalle, testa, viso.
I primi giorni furono tremendi. Urlavo dal dolore. Bestemmiavo. La pelle si sentiva bruciare, sembravano consumarsi le fibre muscolari, le ossa, eppure il mio corpo veniva continuamente rigenerato. Il tormento non aveva una durata, era continuo; e per i dannati dell’Inferno, scoprii con mia disperazione, non esistono il giorno e la notte, non ci possono essere pause nel castigo. Continuavo ad urlare, cosciente che avrei passato tutta l’eternità a urlare e a soffrire. E mentre urlavo mi ricordavo le cose belle della mia vita, le volte che ero uscito con delle ragazze che mi piacevano, le volte che ero riuscito in qualcosa, le amicizie; e mi consolava anche solo pensare ai luoghi dove avevo vissuto, una casa, una piazza, una strada di città: luoghi che da vivo mi avevano annoiato, ma dove in quel momento, mentre io ero nel catrame, la gente usciva, parlava tra sé, mangiava gelati. Non mi sembrava giusto questo castigo, e soprattutto la sua durata. Magari, mi immaginavo, a chi è colpevole di genocidio, se a me mi puniscono così, gli daranno la condizionale. Dicevo questo anche influenzato dalla concezione della Giustizia che avevo sviluppato nella nazione dalla quale venivo, applicandone il modello alla Giustizia Divina o comunque Infernale.
Ma già, dopo qualche settimana di sofferenze, mi sembrò assurdo tutto quanto. Dovevo stare lì per l’eternità? Già al dolore ci avevo fatto l’abitudine, per esempio. Mi ero accorto che il dolore che provavo da vivo era “più dolore” rispetto a quello che provavo da dannato: forse perché quando ero vivo questo era legato anche alla paura della morte. Mentre un uomo vivo sente male, il dolore che prova è acuito dalla paura di danneggiarsi irrimediabilmente, di compromettere le funzioni del proprio corpo. Ora, che potevo temere io? Male che fosse andata, sarei rimasto lì. Ogni tanto venivano dei diavolacci, con espressioni di ragazzi che hanno appena marinato la scuola, mi picchiavano e mi deridevano. Ma già dopo un quarto d’ora spesso si stancavano e andavano via, cantando, saltando. Sentivo che si dirigevano verso altre pozze, o verso altre forme di supplizio, ruote, forche, abissi infuocati o non. Comunque fosse stata la situazione, decisi che avrei fatto del mio meglio per uscirne.
Intanto, ogni volta che qualcuno di loro mi picchiava, mi riparavo con la catena. Speravo che questa, a forza di venire in contatto con urti, forconate, scossoni, si sarebbe indebolita. Inoltre, cercavo di tenerla sempre sotto la fossa, nel catrame bollente. Non si sa mai. Io invece cercavo di starne fuori, prima con metà del corpo, poi con l’altra metà. Già così sentii che la mia condizione migliorava. Questo bastò a farmi riprendere coraggio. Non vi potete rendere conto di come una piccola speranza abbia valore anche nella più nera disperazione. Provai allora a strattonare la catena, ma era impossibile. Mi misi a pensare e a riflettere: tempo ne avevo. L’Inferno mi si presentò non come una prigione assoluta, dove i dannati non avevano possibilità di movimento e di pensiero, dove un Dio li conosceva nelle profondità delle loro menti e li schiacciava con la sua onnipotenza, ma come una versione metafisica di una delle prigioni del mondo dei vivi, nella quale possono scoppiare rivolte, la gente si può muovere, possono nascere alleanze tra detenuti, è possibile corrompere le guardie. Più ci pensavo più quest’immagine di Inferno coincideva con quella che aveva sviluppato Dante nella Commedia. Dannati che truffano i diavoli, dannati che minacciano di assalirlo, dannati che nell’Inferno sono ancora uomini, nel pieno delle loro facoltà e dominati da tutte le loro passioni.
Cominciai a parlare coi diavoli tormentatori, recitando la parte dell’impaurito condannato, ma in realtà carpendo loro il numero maggiore possibile di informazioni. Cosa avrei fatto ora? Avrei preso in ostaggio uno di loro, magari quello antipatico dalla faccia canina? Avrei organizzato un gruppo di detenuti infernali alleati tra loro, dedito a sabotaggi e a uccisioni di diavoli guardiani? Avrei sobillato gli altri dannati e dato il via a una ribellione? Avremmo preso l’Inferno? Non lo sapevo ancora, ma da dentro la mia pozza di catrame sentii di aver trovato uno scopo all’eternità che mi rimaneva.
Il marinaio

Che il Nathan Never dei primi tempi sia un bel fumetto, e che si sia sostanzialmente sciupato dopo il passaggio alla sceneggiatura dalla Banda dei Sardi (Medda/Serra/Vigna) a Vietti, col numero 100, credo sia pacifico. Anche se, in realtà, comprandolo sporadicamente, ho trovato belle storie anche dopo il numero 100: penso non alla tanto acclamata guerra tra la terra e le stazioni orbitanti (dal 157 al 162) che a me personalmente non ha detto granché, ma per esempio alla trilogia marziana (165-166-167) o alla precedente sfida contro il killer ESP (163-164), o alla drammatica lotta degli agenti, affiancati dai propri cloni, contro Mr. Alfa (107). Queste buone storie, disegnate benissimo, con un loro senso, fortemente originali, contrastano con altre di qualità così bassa da non essere degne di far parte dell’universo Bonelli, ma neanche di fumetti tipo Nemrod. Mi riferisco al famigerato n. 181, “La macchina nera”: il posto che questo numero si merita in un’edicola è quello di allegato in una busta sorpresa che contenga palloncini, figurine spaiate e macchinine di plastica. E mi riferisco anche ad altre storie, che sono di Nathan Never ma in realtà potrebbero essere dei gialli (mediocri) ambientati in qualsiasi epoca storica. O altre che arzigogolano su paradossi spaziotemporali. O altre facenti perno su qualcosa che al lettore dovrebbe interessare, ma che in realtà risultano noiose e pesanti. Per esempio, storie che paventano un possibile cambiamento psicologico nel carattere di Nathan Never: il che è assurdo, visto che Nathan è il personaggio Bonelli in assoluto con meno psicologia.
Nathan Never, infatti, sino dai primi numeri è un semplice “uomo d’azione”, con qualche rimorso, si, e una piega amara ai lati della bocca, ma in fin dei conti giusto un avatar che permette al lettore di muoversi nel mondo neveriano. E gli avatar, si sa, devono avere poca personalità di loro, in modo da permettere a qualunque lettore l’identificazione: sia a me che alla guardia giurata fascista, che al ragazzino quindicenne fanatico di Star Trek.
Se Nathan Never non ha lo spessore di un Napoleone o un Dylan Dog o di un Magico Vento, e neanche quello di un
Harlan Draka, il fascino della serie sta nel “mondo futuro” che viene presentato al lettore. Questo mondo è molto cambiato nel corso degli anni di pubblicazione del fumetto, ma per me quello dei primi 50 numeri è il migliore, il vero, originale e solo. La terra ha subito cambiamenti climatici apocalittici, i continenti si sono spostati, sono state create delle stazioni spaziali orbitanti che sono dei veri e propri stati nazionali, con una loro società e una loro agricoltura portata avanti in immense serre. Intere aree terrestri sono radioattive, tornate ad una sorta di Far West e dominate da bande di motociclisti; altrove scienziati pazzi hanno ricostruito i dinosauri. Nella megalopoli a più livelli, convivono umani, robot (che rispettano le tre “leggi della robotica” di Asimov) e mutati, organismi umanoidi dalla pelle grigia creati appositamente per i lavori più pesanti, che lottano per i loro diritti anche con attentati e rivolte. Esistono signori del crimine che si nascondono dietro una facciata da telepredicatori, come Aristotele Skotos. Dallo spazio, ancora non sappiamo esattamente da dove, sono giunti degli organismi che “rubano” i corpi agli esseri umani, e sembra ci sia dietro una grande congiura. La lotta tra la polizia (e le squadre private di sicurezza) e il crimine si combatte con esoscheletri, auto che volano, altre armi sofisticate.
Il Nathan Never delle origini: il primo fumetto di fantascienza per
Il marinaio
Monica Lewinsky (All rights reserved)
Ma se si fosse veramente in una nazione in cui la parola “democrazia” ha un certo peso, e non solo simbolico. Se ognuno potesse avere davvero la piena libertà d’espressione. Se io potessi andare in TV tranquillamente, a dire quello che veramente penso delle scappatelle del Presidente del Consiglio dello Stato di cui sono cittadino. Oppure, se un tradimento alla first lady facesse rischiare qualcosa di serio a quest’uomo. Come a Bill Clinton negli U.S.A., che fu costretto a dimettersi proprio in seguito a uno scandalo di questo tipo. Se l’opinione pubblica italiana non assolvesse automaticamente l’uomo forte, maschio, l’uomo famoso, l’uomo coi soldi. Allora sì che prenderei la cosa con le molle, perché in fondo una storia che finisce è un dolore serio, specie per uno di settant’anni. Per dire, ha divorziato Casini, ha divorziato Fini, sono notizie per me neutre, che riguardano solo le vite private di questi politici. Ma siccome è un uomo che tutti sappiamo essere colluso con
Nel 1959 il fotografo americano Bruce Davidson cominciò a seguire gli spostamenti di una gang di adolescenti di Brooklyn che si facevano chiamare “The Jokers”. Li fotografò a tarda notte agli angoli delle strade, nelle caffetterie, nei loro spostamenti alla spiaggia di Coney Island insieme alle fidanzate. Lui aveva venticinque anni, loro erano intorno ai sedici. “Potevo benissimo essere preso per uno di loro”, scrive Davidson. “Il mio metodo di lavoro è entrare in un mondo sconosciuto, esplorarlo per un certo periodo di tempo e ricavarne degli insegnamenti. L’anno precedente avevo viaggiato per sei mesi con un circo, scattando delle foto a un clown nano. Ed ora mi trovavo in mezzo a questo gruppo di giovani imprevedibili, coi quali in genere non sentivo di avere niente in comune. Dopo che loro mi permisero di assistere ai loro sentimenti di paura, depressione e rabbia, capii che anche io sentivo il loro dolore. Stando vicino a loro, mi si rivelarono i miei stessi sentimenti di fallimento, frustrazione e rabbia”. Un membro della gang morì di overdose l’anno successivo.
Le foto di Davidson compaiono nel video di Bob Dylan, Beyond here lies nothin’. Il loro montaggio in sequenza origina qualcosa che sta tra il film drammatico e il documentario: possiamo anche noi infiltrarci tra i ragazzi, osservarli, entrare con loro nell’estate del ’59.
1959: Il dittatore Fulgencio Batista abbandona l’Avana; Fidel Castro entra nella capitale cubana alla testa delle sue truppe. John Lennon incontra per la prima volta George Harrison: il nome Beatles verrà scelto tra un anno. Inizia la commercializzazione della bambola Barbie. Primo caso di Aids. Escono Il pasto nudo di Burroughs e Il cavaliere inesistente di Calvino. Una vita violenta di Pasolini vince il premio Crotone. Nikita Khruscev incontra Dwight Eisenhower a Camp David, dando il via alla “distensione” tra le due superpotenze. E questi ragazzi, coi loro corpi tragici, secchi, proletari, gonfiano i muscoli.
Il marinaio

Evangelisti, Tortuga
Esattamente non so a che genere si possa ascrivere questo libro. Più romanzi concorrono a formarlo: Intanto c’è il romanzo di Rogério, nostromo ed ex-gesuita che viene arruolato a forza dai pirati che attaccano la sua nave, e che tra loro comincia una nuova stagione della sua vita. Un romanzo di formazione? No, perché invece di crescere ed evolversi il protagonista regredisce, si immerge in pieno nella vita dei pirati, diviene capace di eseguire gli ordini più crudeli senza farsi troppe domande, si adatta alla filosofia di vita piratesca dominata dalla tensione continua verso l’accumulo di ricchezze e guadagni e verso la loro rapida dissipazione. Ha molto peso all’interno della vicenda anche un altro romanzo, quello dell’ossessione del protagonista per una schiava di colore a lui inaccessibile, che fa ricordare l’analoga ossessione amorosa dello scrittore Humbert protagonista del libro di Nabokov per Lolita. Durante le imprese criminali, gli abbordaggi, le rapine, Rogério pensa a lei in modo sempre più insistente, come restando fedele tra tanti bagni di sangue a una parte di sé stesso che va dissimulata in pubblico (e qui il gesuita ce lo vedo proprio bene). C’è inoltre un romanzo filosofico, una discussione sulla natura dell’uomo (svolta in particolare dal medico di bordo Ravenau de Lussan): la natura dell’uomo è innocente o ferina? Il tutto condito da una certa venatura splatter. Ma a dominare è il romanzo storico: Evangelisti, ricostruisce con cura ambienti, relazioni, stili di vita del mondo piratesco che fioriva a fine ‘600 tra Santo Domingo, Jamaica, Cuba, Messico. Questo romanzo toglie alla figura del pirata ogni alone romantico, e descrive le comunità piratesche non come società utopiche di uguali (vedi per esempio Le città della notte rossa di Burroughs), ma come branchi di predoni dediti a crudeltà anche gratuite. Non sono neanche dei simpatici (?) Jack Sparrow, ma esponenti della criminalità che vivono e muoiono per l’oro, alfieri del capitalismo nel suo volto più brutale.
“[…] La filibusta è un modo di riconoscere i propri istinti. Essere squali e volere mangiare. Non esiste nient’altro. Agli squali la gloria, ai pescetti la morte. […] L’unica entità venerata, in questi mari, è il denaro. Piastre, scudi, pezzi da otto, jacobi e quant’altro. Oro e argento. Utili a comperare uomini e cose. Se Dio ha voluto questo, il minimo che possiamo fare è ringraziarlo. Ci procura soldi con la sua costante benedizione. E se gli spagnoli soffrono delle nostre angherie, peggio per loro. Il cielo ha scelto un altro partito. Quello di chi, senza infingimenti, punta al malloppo. Un uomo ricco, sia pure per una notte sola, gode della grazia divina. Chi invece rimane spiantato, non è, chiaramente, nei favori del Signore. Altrimenti dovremmo dire che gli schiavi sono santi, e chi li possiede è in peccato.
Rogério era nauseato. Lo stesso discorso lo udiva ormai da troppe bocche, tra i filibustieri. Aveva creduto che De Lussan fosse un caso isolato di cinismo. Ora si rendeva conto che la sua filosofia – per metà ugonotta, per metà atea e libertina – era condivisa dall’intera Fratellanza della Costa (forse con l’eccezione di Exquemeling e di qualche altro). Nemmeno i poteri costituiti, emanazione dei grandi imperi europei, vi si sottraevano. Pareva che il Nuovo Mondo esercitasse una sorta di maleficio sugli spiriti. Buoni cattolici, giunti lì, diventavano creature avide e fameliche di preda. Se avevano un Dio, serviva solo a legittimare i loro appetiti e le violenze atte a soddisfarli.
(Evangelisti, Tortuga, Ed. Mondadori, Milano, 2008, pp. 194-195)
Siamo all’homo homini lupus: nessuno dei personaggi rifiuta questa ideologia (se non un mozzo che si suicida, forse). Il romanzo ha il pregio di riuscire a costruire dei personaggi tridimensionali, che rimangono nella memoria del lettore (de Lussan, Grammont), ma forse gli manca un qualcosa, un’idea in più, per essere al livello di quei capolavori che sono Noi saremo tutto e Il collare spezzato.
Il marinaio
Lorenzo Alessandri
Lorenzo Alessandri, Civetta, 1988 (Tutti i diritti riservati)
Segnalo a chi è in ascolto l’opera pittorica di Lorenzo Alessandri, torinese, nato nel 1927 e morto nel 2000, surrealista. Ho visto alcuni suoi quadri a Siena, alla mostra Arte, genio e follia, organizzata da Vittorio Sgarbi. (La mostra dura fino al 25 Maggio, per quanto Sgarbi non sia proprio uno dei miei miti la consiglio, se non altro perché offre occasione di vedere da vicino dei van Gogh e dei Ligabue originali, e in più documentazioni, foto e oggetti dei vecchi manicomi, molte opere di art brut).
Nei quadri di Alessandri i colori sono spesso caldi, rassicuranti, anche pop, ma i soggetti e i temi sembrano uscire da tele di Hyeronimus Bosch: aerei compiono atterraggi di fortuna su strade percorse da orde di topi, pattugliate da mummie; si accalcano su scenari ordinari mostri, monaci, fantasmi; figure inquietanti dotate di becco (Hello mum, stasera ceno fuori) girano per strade metropolitane; donne nude si mostrano abbracciate a personaggi infernali (Le mani di Franciska) o sono preda di troll (Figaluce alla prima notte), o appaiono assediate da spermatozoi-pesci. Un mondo tra l’inconscio, la favola e l’occulto, molto personale e originale. Veramente, qualcosa di imperdibile, quadri che mi garberebbe avere in casa.
Qui un sito, strutturato come un blog e continuamente aggiornato, che raccoglie molte delle sue opere: http://surfanta.blogspot.com
Consiglio, per un rapido tour almeno di vedersi tra i titoli a fondo pagina: Topi in via Revel, Figaluce alla prima notte, Il diavolo, Atterraggio a Banchette, Il guardiano dell'idea.
Qui il sito ufficiale: www.lorenzoalessandri.it
Il marinaio
L’ottimismo di Leopardi

Napoli, estate 1834.
Giacomo si alza dal letto disfatto. Va in camicia da notte ad aprire la finestra, si sporge per un attimo di sotto. Nella strada c’è già chi passeggia. Un giovane prete, due donne, un elegantone. Sputa sulla strada. Torna dentro: agguanta una mela da sopra un mobile, la morde. Dà un’occhiata all’ultima cosa che sta scrivendo, aperta sullo scrittoio; il pennino è dentro al calamaio e aspetta solo di essere preso in mano. Mordendo la mela ripassa gli ultimi versi, canticchiandoseli un paio di volte.
Così riduce il fato
qual sembianza tra noi parve più viva
immagine del ciel. Misterio eterno
dell’esser nostro. Oggi d’eccelsi, immensi
pensieri e sensi…
Si stira, apre la finestra, getta il torsolo della mela in strada.
… Oggi d’eccelsi, immensi
pensieri e sensi…
Sta un po’ a ragionare, battendosi la fronte con la mano che tiene il pennino. Torna a letto.
Lei si sveglia con un mugugno. “Ammò, te se’ scetato?” “Si, mi sono svegliato..” risponde lui. “Oggi vulivi andà con Ranieri a pranzo da Liparulo?”. Ha la voce ancora impastata dal sonno. Giacomo si gira. Il sole illumina in pieno lei, con un effetto caravaggesco. Non una dea classica, non una Targioni Tozzetti, ma di certo una donna affascinante. “Si, amore, ha fatto venire del pescato fresco, e il vino ce l’ha molto buono. Semmai ci si vede domani sera, se ti riesce a venire”. “Eh, me dovrebbe riuscì, me dovrebbe. Patreme non me fa più tante inchieste. L’ommo mio, poi, ce lo sai… tiene int’a capa tutta n’ata cosa”. Giacomo la abbraccia e la bacia.
Cammina la mattina in città, col bastone da passeggio, un po’ troppo intabarrato e infagottato per la stagione, rispetto alla maggioranza degli altri. Sugli usci delle loro botteghe, gli scarpari e i fabbricatori di cesti sono indaffarati. Suonano delle campane. Giacomo sorride nell’aria mattutina. Finalmente ce l’ha fatta, si è lasciato il fantasma paralizzante di Recanati dietro le spalle; ha compiuto il percorso che voleva compiere. Scrive. Anche se poi, in questa stessa città, le sue opere ricevono un’accoglienza controversa, per dire poco. E già si dice che le sue cose stampate (tra cui anche l’edizione dei Canti!) saranno ritirate dalla circolazione. È chiaro, i pretoni non vogliono che gli scarpari e i pesciaroli riflettano da soli sul senso, o sul non senso, della vita. Eh no, tutti, pretoni, scarpari, pesciaroli, sbirri, re, tutti devono stare in fila a cantare le lodi del loro Dio, del loro Progresso, della loro magnifica Giustizia Divina e dei suoi mirabolanti Effetti. A cantare, con espressioni idiote, vestiti da zampognari… Ma lui un po’ se l’aspettava. Per la plebe: pane, prete, e patibolo. Così la pensava il Foscolo per esempio. Mah! Oltrepassa un vecchio che tira un somaro recalcitrante, due pesciaioli che litigano. Il Foscolo! Anche lui superbo, gonfio, glorificantesi, cantantesi da solo le proprie lodi, nella chiesa della propria testa. Il patriota, il guerriero che rugge, si si… Della fama, in realtà, a lui non gliene importa niente. La fama, come la moda, è sorella della morte, e tutte e tre sono donnacce. Specie in questo tempo di gazzette. Quello che gli importa è che il suo messaggio, quello che lui vede e sente, circoli tra la gente.
Che scrivere ora, dopo la constatazione del dolore? Perché da qui era giusto partire, sottolineare questa cosa da tutti edulcorata, nascosta… forse solo dal filosofo indiano posta al centro della riflessione. Cosa c’è dopo il dolore? Altro dolore? Un’utopia? No, dopo tutti mi diranno che in fondo seguo i philosophes, e non so dire niente di nuovo. Quei maligni del Viesseux mi banalizzeranno; il Gino Capponi, quel coglione, riderà. Mah!
La mattina illumina sempre più Napoli, comincia a fare caldo. Quello che ricerca non lo sa. Quello che gli basta, comunque, è la felicità del comporre. Quando scrive, si scorda delle preoccupazioni, del passato, dei limiti del corpo; aguzza la mente in una direzione, trova, (o crede di trovare, ma non importa) un senso. Va in un negozietto per comprarsi delle paste fresche. Pensa: di campare così, in ogni modo, ne vale proprio la pena. Entrando incrocia un vecchietto che esce con un involto e gli chiede qualcosa in incomprensibile dialetto stretto; lui non capisce, e si scusa, sorridendo.
Il marinaio